Il Beato Enrico Scarampi

Vescovo di Acqui dal 1383 al 1403.
Vescovo di Feltre e Belluno dal 1404 al 1440

Degli Scarampi, originari di Asti, si hanno notizie fin dal XII secolo. Essi divengono ricchi e potenti grazie al commercio e all’attività bancaria. Dopo l’interdizione dalla Francia (a motivo della pratica usuraria), nel 1337 un ramo della famiglia, acquista dai Marchesi di Saluzzo i feudi già di proprietà dei Signori Del Carretto, estesi per tutta la Valle Uzzone, le alte Langhe fino a Cairo e parte di Carcare, nonché quelli compresi nel territorio di Cortemilia, Roccaverano e Canelli. Insieme, gli Scarampi acquisiscono il titolo di marchesi. In uno di quei castelli, il dubbio è circoscritto tra Canelli e Roccaverano, tra il 1354 ed il 1355, da Uddone, figlio di Antonio, nasce il nostro Enrico. Il padre lo avvia agli studi probabilmente compiuti a Pavia
Il giovane si distingue per l’intelligenza, la nobiltà di carattere e la prudenza. Giovanissimo entra così come “familiare” alla corte del marchese Teodoro del Monferrato, che lo impiega in varie commissioni. Questa pur breve esperienza gli è certo d’aiuto quando, nel 1383, a meno di 30 anni viene scelto come vescovo di Acqui. Viene consacrato giovanissimo (precedenti si rintracciano in Enrico Corrado Malaspina, vescovo di Acqui a 27 anni e -agli inizi del millennio- con Guido dell’Aquesana, indicato vescovo a 29 anni).

La chiesa sta vivendo una fase assai critica: uno scisma ha spaccato la comunità cristiana, moltiplicato papi e centri di potere, mentre stanno emergendo stati nazionali, come la Francia, desiderosi di porre sotto controllo politico l’autorità ecclesiale. I riflessi si sentono anche nella nostra diocesi e per il giovane vescovo non è certo facile districarsi in tale intreccio di vicende politiche ed ecclesiali.

Ad Enrico, però, pare importi poco la nobiltà del casato e meno ancora risulta disposto a lasciarsi influenzare da amicizie di potenti, pure essendo profondamente inserito nel clima e nelle dinamiche del suo tempo. Su questo pastore che svolge il ministero episcopale per ben 57 anni (uno tra i più lunghi che la storia ricordi) il giudizio degli storici è unanime: egli si distingue per le sue virtù di bontà, dolcezza, prudenza e generosità, che risaltano proprio perché egli è chiamato a operare in un frangente assai complesso e duro, impegnato in uffici e missioni delicate, non solo in diocesi di Acqui e poi in quella di Belluno-Feltre, ma anche a diretto servizio del pontefice e pure dell’imperatore.

In Acqui la sua attività di Vescovo si svolge nell’arco di circa venti anni: i documenti disponibili si riferiscono prevalentemente ad atti amministrativi, anche perchè all’epoca non era costume frequente registrare le attività pastorali. Uno dei suoi primi atti, forse per assicurarsi protezione adeguata, in tempi assai turbolenti, è la concessione di privilegi sui castelli di Castelletto Val d’Erro e di Roncogennaro (presso Bistagno), al marchese del Monferrato, che aveva ormai abbandonato l’antipapa. Costretto, come gli ultimi suoi predecessori, a mantenere la residenza nel castello di Bistagno, feudo della Mensa vescovile, male sopporta la forzata residenza fuori città: non a caso, già vescovo a Belluno, lascerà ben 360 scudi d’oro del suo patrimonio per la costruzione del Vescovado in Acqui.

Di ben più grande valore furono le sue opere di apostolato, dal campo caritativo a quello ministeriale. Nel 1398 rispose con generosità alle domande di sovvenzione a favore dell’Ospedale di Bistagno e a quello di S.Antonio de Balneis in Acqui. Nel giro di pochi anni si trova però ad occuparsi di molti e diversi problemi su una scala assai diversa, in cui esprime ora l’arte diplomatica del marchese, ora l’abilità amministrativa del figlio di banchieri, ora la profonda cultura del vescovo, ora la bontà generosa del pastore.

Papa Bonifacio IX, infatti, lo elegge suo ‘consigliere’, nel 1401 lo nomina ‘legato papale’ per la secolarizzazione dell’Abbazia di Ferrania e conseguente investitura a favore del cugino Antonio Scarampi, marchese di Cairo .

Nel 1403 il vescovo da prova di buone doti politiche nella missione di favorire la convenzione di pace tra il marchese del Monferrato ed il Duca di Savoia, principe d’Acaia. Per questo propizia il matrimonio tra il marchese Teodoro del Monferrato e la principessa Margherita di Savoia, allora tredicenne (e intenzionata a farsi monaca).

Il papa lo designa suo tesoriere, compito che lo Scarampi svolge con grande impegno, ripagando la fiducia con la difesa coraggiosa dei diritti del Papa legittimo in quegli anni di grande scisma. La considerazione del Pontefice, sostenuta anche dai desideri del duca di Milano, premia il vescovo Enrico con la nomina – nel 1402, ribadita poi nel 1404 – alle diocesi unite di Feltre e Belluno; il che causa dolore agli Acquesi che perdono una valida guida, ma costituisce anche una promozione alquanto impegnativa. Enrico, infatti, deve prender possesso dei due vescovadi, tra non lievi difficoltà di ordine politico dovute alle contese tra Milano e Venezia: non a caso l’ingresso ufficiale si compie solo nel 1406.

L’anno successivo Papa Gregorio XII lo nomina “collettore della decima dovuta alla S. Sede” nelle province venete di Grado e Aquileia; e poco dopo gli affida la nunziatura presso la Repubblica di Venezia . Nel 1408 è a Milano per mediare tra le fazioni guelfe e ghibelline

Nel 1409 Enrico partecipa al Concilio di Pisa nel 1409, indetto per porre fine allo scisma e dove invece si verifica una seconda scissione (che prende il nome di “Obbedienza di Pisa” ei affianca all’obbedienza avignonese e a quella romana), portando la chiesa alla situazione di massima tensione: un papa eletto a Roma e ben due antipapi.

La svolta politica, che comporta la sottomissione all’impero delle terre venete, comprendenti anche Feltre e Belluno, porta lo Scarampi a stringere rapporti con l’imperatore Sigismondo, il quale -sperimentatene le particolari doti- lo onora del titolo di suo consigliere e poi di segretario imperiale. Dell’ascendente che gode presso l’imperatore, Enrico si avvale a favore dei suoi diocesani oppressi da dure leggi del nuovo ‘padrone’.

Nel 1414 partecipa alla “dieta” imperiale e poi gioca un ruolo di rilievo nel Concilio di Costanza (1414-1417), durante il quale è incaricato di trattare con l’antipapa Giovanni XXIII, dell’Obbedienza di Pisa, per persuaderlo a rinunciare volontariamente al titolo ritornando all’obbedienza romana.

Per l’abilità dimostrata nella sua riuscita missione è designato tra i 30 “grande elettori” partecipanti al Conclave per il nuovo Papa, prescelti tra i vescovi di ciascuna “nazione” per affiancare i 17 cardinali; Enrico è “presidente della nazione italiana” (un gruppo di 5 vescovi, di cui fa parte anche l’arcivescovo di Milano). Si tratta di un avvenimento storico di grande rilievo, in quanto l’elezione di Papa Martino V, avvenuta nel 1417, pone fine al grande scisma d’occidente e la Chiesa cattolica torna ad avere un governo unitario mentre vengono definite le tesi conciliariste . In quegli stessi anni, Enrico partecipa anche ad un altro importante e tragico passaggio della storia ecclesiale: la repressione dell’eresia hussita in Boemia.

Il nuovo papa lo nomina “Tesoriere della Camera Apostolica”, poi nel 1418 “rettore generale per le Province Campane”, quindi – nel 1420- “rettore per la provincia della ‘Tuscia’”.

I molteplici incarichi del Papa e dell’imperatore lo tengono impegnato per molto tempo lontano dalle sedi vescovili (almeno fino al 1430, con la morte di Martino V), ma ciò non impedisce ai fedeli delle due diocesi – in contesa tra loro – di apprezzarne le capacità e le virtù, specie negli ultimi dieci anni del suo episcopato in cui si dedica principalmente al ministero pastorale diretto. Infatti, fin dal momento della morte – avvenuta in Belluno il 29 settembre 1440 – è considerato santo dal popolo e oggetto di venerazione spontanea, tanto che storici e biografi affermano: “in quella Regione (Feltre e Belluno) era da tutti ritenuto beato … ; il nuovo beato era uomo peritissimo nelle discipline ecclesiastiche, di straordinaria cultura e insigne per santità di vita …; prelato insigne per cultura, per autorità, per capacità politica e amministrativa e per le alte cariche affidategli dalla fiducia di Sommi Pontefici e Imperatori …; uno tra i più illustri Vescovi di quelle contrade, per il suo ingegno, l’alta cultura e generosità d’animo …; la commemorazione liturgica del beato si teneva il giorno del suo decesso” .

Il culto si sviluppa nei secoli successivi. Dopo che nel 1786 si svolge la ricognizione legale del corpo, trovato quasi intatto, aumentano i pellegrinaggi alla sua tomba, presso la quale vengono attestati diversi miracoli. A metà del XIX secolo, però, subentra un giudizio severo del vescovo Bolognesi che, richiamandosi alla Costituzione del Papa Urbano VIII sul culto dei Santi, non accettò più quel ‘beato’ voluto dal popolo; e così il “beato” viene presto dimenticato.

[scheda a cura di Vittorio Rapetti]

Per approfondire le non semplici vicende riguardanti la biografia di Enrico Scarampi si rinvia alla discussione proposta in ARCHIVIO VESCOVILE ACQUESE, I Vescovi della Chiesa di Acqui, a cura di P.Ravera, G.Tasca, V.Rapetti, Acqui EIG, 1997, pp.226 e ss.; ARCHIVIO VESCOVILE ACQUESE, I vescovi acquesi pastori nel mondo, a cura di P.Ravera, G.Tasca, V.Rapetti, L.Arato, Acqui EIG, 1998, p.24 e ss.

(a pag. 30 del volume sui vescovi acquesi pastori nel mondo è riprodotto quanto resta di un sigillo di Enrico Scarampi)