La Chiesa acquese nella storia

La città di Acqui

Già molto prima di Cristo, era conosciuta col nome di ‘Caristo’ (dalle due omonime città greche dell’epoca?).

Abitata dai fieri Liguri Stazielli oppose lunga resistenza alle invasioni dei Romani ai quali però dovette cedere nel 173 a.C., ad opera del console Marco Popilio Lenate. L’impresa fu disapprovata dal Senato di Roma che ne decretò la ricostruzione col nome di “Aquae Statiellae”.

Ottenne ben presto, con notevoli benefici, la qualifica di “Municipium”. Favorita dall’apertura ( nel 109, console Emilio Scauri) della grande via “Aemilia Scauri” che la collegava alle principali arterie di comunicazione del tempo, sulla via delle Gallie, prosperò come centro commerciale e termale.

Il Cristianesimo

Arrivò prestissimo: una lapide, ritrovata nel 1660, nel cimitero di S. Pietro, conferma l’esistenza di una comunità cristiana già dal 1° secolo.

La tradizione, avvalorata dai Dittici della Cattedrale, vuole che “il Papa Silvestro vi abbia eretto la sede vescovile nel 323 e che il primo vescovo sia uno di quei sessantacinque da lui inviati a reggere varie Chiese”.

S. Maggiorino, primo o uno dei primi vescovi, è stato venerato da tempo immemorabile, come santo patrono della diocesi.

Il territorio della nuova Chiesa acquese confinava con quelli di Alba, Asti, Libarna (Serravalle Scrivia), Villa del Foro (Genova).

Nel V secolo il Cristianesimo è ormai fiorente e viene professato apertamente da tutti i ceti sociali.

Nel 490 però si apre per la Chiesa di Acqui un capitolo di sofferenza e desolazione che si protrarrà per oltre quattro secoli. Infatti diversi popoli del Nord Europa (Borgognoni, Longobardi, Franchi) semineranno lutti, rovine, miseria, abbandono, fra ferocissime pestilenze.

Su tanta tenebra, c’è (680 d.C) la drammatica lettera del vescovo acquese Valentino : “nelle nostre regioni, ogni giorno, ribolle il furore di popoli ostili, ora con combattimenti, ora con scorrerie e saccheggi. Tutta la nostra vita è ricolma di inquietudini e preoccupazioni, siamo sempre accerchiati e chiusi da turbe di popoli. Una sola risorsa ci è rimasta, la nostra fede: per la quale vivere è motivo di vanto, per la quale morire è guadagno senza limiti”.

Le due feroci invasioni dei Saraceni (905 e 936 d.C.) riducono la Chiesa acquese in “estrema povertà ed indigenza”.

Tra tante devastazioni, uniche oasi di vita e cultura, restano i monasteri e le pievi, non sempre risparmiate però dall’ondata di distruzione.

Il secondo millennio

Si apre con una rifioritura di spiritualità e di attività apostolica, con la fondazione di numerose abbazie, la riorganizzazione delle pievi, la costruzione, da parte del vescovo Guido (1034 – 1070) della nuova cattedrale.

La fondazione della città di Alessandria (XII secolo) e l’intento di papa Alessandro III di trasferirvi la sede vescovile, genera, tra le due comunità, vivaci rivalità che dureranno nel tempo.

Nella sede vescovile si succedono uomini capaci ed insigni per virtù e doti di governo, a cui vengono affidati incarichi delicati anche in campo internazionale.

Tra essi: Oddone Bellingeri, Tommaso De Regibus, Ludovico Bruno, Pietro Worstio, Pietro Fauno Costacciara, il card. Francesco Sangiorgio.

IL sorgere dei Comuni con le relative formazioni degli Statuti cittadini non ignorò mai la presenza benefica della Chiesa locale. La ‘Magna Charta’ dei diritti e doveri dei cittadini si ispirò ai principi cristiani dell’amore.

L’opera di S. Carlo Borromeo ha arrecato un benefico servizio anche nell’acquese. Le relazioni dettagliate delle visite apostoliche ci offrono un’esatta immagine delle parrocchie della diocesi, immerse in tanta difficoltà economica.

Il carteggio tra il vescovo acquese Pietro Fauno Costacciara e l’arcivescovo di Milano Carlo Borromeo mostra una diocesi povera economicamente, ma ricca di tanta fede.

Nel XVII secolo la chiesa acquese conosce ancora due grandi calamità: la peste (1630 – 1631) che falcidiò le popolazioni (“de quinque mansit unus” = “di cinque, ne rimase uno”) e l’invasione dei Francesi e degli Spagnoli che dal 1625 al 1648 si contesero il possesso del territorio.

In quel periodo la comunità cristiana è guidata da “campioni che si gettano in mezzo al pericolo, dimentichi di se stessi fino all’eroismo”. Tra gli altri emerge la figura di mons. Gregorio Pedroca che, incurante, si prodiga nella cura degli appestati fino a restarne colpito, nel fiore degli anni.

Figure luminose nel campo della carità (mons. Carlo Capra, fondatore dell’Orfanatrofio), della santità (S. Paolo della Croce, Santa Maria Domenica Mazzarello, confondatrice delle suore salesiane, il beato Giuseppe Marello, fondatore dei P.P. Giuseppini, il venerabile Paolo Pio Perazzo), della cultura ( Francesco Torre e GB Moriondo che scrisse “Monumenta Aquensia” ) hanno contribuito ad amalgamare la diocesi.

Con le tristi vicende della seconda guerra mondiale, da S. Marzano Oliveto a Canelli, Altare, Perletto, Masone, Sezzadio, Sassello tutto gravò sull’unica autorità rimasta al suo posto, dal vescovo ai parroci: la Chiesa acquese che, in quegli anni bui, scrisse pagine di storia gloriosa ed eroica.